Autoritratto

La mia vita è iniziata a Genova, probabilmente l’11 novembre 1958, giorno del compleanno di mia madre, che in seguito, per tutto il tempo della gravidanza, avrebbe provato un forte desiderio di fagioli cannellini, cavolo nero e gelato.
Il suo sguardo mi ha costituito persona il 30 agosto dell’anno successivo, all’una di notte, con grande ritardo sulla data prevista e dopo il travaglio di un’intera giornata, essendomi presentato in direzione contraria.
Sono stato chiamato Massimo – mi ha raccontato – perché le piaceva un attore molto noto in quegli anni. Questo mi fa pensare che, con lo stesso criterio, mutati i gusti, ho rischiato di essere Raf o Alberto, così come è successo per i bambini che trent’anni più tardi sarebbero stati chiamati Kevin, Sean o Maicol.

In seguito ho giocato, studiato, lavorato, amato, fatto e subìto quello che capita un po’ a tutti di fare e subire. Ho cambiato casa 7 volte, mai oltre un’ora di auto da Genova, e oggi, insieme con Esther, abito in un piccolo borgo di montagna posto dietro la sua nuca. Ho concluso percorsi di istruzione universitaria, ma se ci penso bene mi sono formato per lo più da autodidatta, nel bene e nel male. Sono papà dall’84, e mio figlio si chiama Lorenzo, come mio padre. Oggi ho un impiego in tempo parziale, curo una piccola casa editoriale e ogni anno compilo lunari per contadini.

Detesto le volgarità e l’uso osceno della parola, l’insulto, il pettegolezzo, le spiritosaggini, i doppisensi, la denigrazione, la discriminazione di chi è intollerante e, ancora di più, di chi è tollerante e se ne compiace. Ho profondo rispetto per chiunque professi una fede, qualunque fede, con convinzione, con discrezione, senza denigrare, senza svalutare, senza irridere quella degli altri, né chi o cosa la rappresenti. E detesto i moralisti, le persone ossessionate dalla purezza e dai divieti, quelle che affliggono gli altri con la loro coerenza e il culto delle regole, ma anche i tristi e gli arrabbiati che predicano mondi nuovi, i bacchettoni che amano puntualizzare, i rigidi che sparlano di amore, quelli che amano dire “sì, ma” o “sì, però” e chi perverte le idee in ideologie e le considera più importanti e reali delle persone.

Non mi piacciono le etichette, le collocazioni, gli schieramenti, le trincee, gli inni e le bandiere. Sono un matriota, per nulla disinteressato a cosa mi accade intorno, né indifferente alle differenze.

“La mia casa è piccola, la mia vita è breve e la mia misura è quella dell’uomo. Senza amarezza e senza ira, ubbidendo semplicemente alle esigenze della vita e della mia responsabilità verso la vita, io volto le spalle alla vita intesa come puro divertimento e vivo come ritengo giusto”. [Pavel A. Florenskij]

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