2012 Dalla cultura al culto

Massimo Angelini

DALLA CULTURA AL CULTO [1]

Ambigua, la parola “cultura” si presenta con contorni incerti, è usata per comunicare molti significati, anche sensibilmente diversi, talvolta tra loro non coerenti. È normale così: ci sono parole che nascono ed evolvono con significati densi di valori orientativi; poi, nel tempo, la loro fortuna ne estende l’uso e fatalmente il loro significato si diluisce e sfuma nell’allusione.
Come restituire un senso meno ambiguo, più certo, orientativo, a “cultura”? Se la natura delle cose riposa nel profondo delle parole che le esprimono, potrebbe essere utile provare a recuperare la radice di quella parola attraverso una regressione etimologica che ce ne racconti l’origine. Con ciò non mostro nulla di nuovo, perché l’origine di “cultura” è normalmente segnata nei dizionari etimologici; tuttavia, va bene parlare anche di ciò che è noto, quando si riconosce l’utilità, se non la necessità, di ripeterlo.

1.
Come numerose parole che condividono la stessa desinenza, come “ventura”, “futuro”, “nascituro”, “jattura”, come la stessa parola “natura”, così “cultura” deriva da un participio futuro, forma usata in latino ma ignota alla nostra lingua. Il participio futuro indica ciò che è per essere, che è imminente, che non è ancora eppure già partecipa dell’essere, indica ciò che è prossimo e già se ne intravede l’abbozzo, la traccia, il segno.
L’albero è il “participio futuro” del seme dal quale sta per prendere vita e forma. La casa terminata è il “participio futuro” delle fondamenta da poco gettate. Ogni realizzazione è il “participio futuro” del suo progetto appena steso.
La matrice che genera la parola “cultura” è un verbo latino, còlere, che significa innanzitutto coltivare, anche nel senso figurato di avere cura, trattare con attenzione o con riguardo, quindi onorare; per estensione, già che per coltivare bisogna stare in un luogo e perciò avere una qualche forma di stanzialità, significa anche abitare. Da qui prendono vita parole importanti per il nostro lessico contemporaneo, come: agricoltura, culto, colono, inquilino … oltre a coltivare, e cultura. E cosa si nasconde dentro còlere? Un’antica radice, kwel, che vuole dire “ruotare”, “girare”, “camminare in cerchio”, dalla quale sono gemmate parole tra loro coerenti attestate nelle diverse lingue indoeuropee: come nel sanscrito cakram (“cerchio, ruota”), nel greco kyklos, (“cerchio”); nello stesso còlere; nell’inglese wheel (“ruota”). Attraverso la radice kwel, riconosciamo in còlere il significato di “coltivare” nel senso originario di “girare la terra”, “dissodare”; nel tempo, per l’intima natura dell’attività agricola, questo primo significato diventa “avere cura”, “fare crescere” e, ancora testimoniato in alcuni dialetti dell’Italia meridionale, “giovare”. Ma dal “muoversi in cerchio” di kwel prendono vita anche i significati di “onorare” e “venerare” che possono rinviare a un modo intenso di “avere cura” e che, nello stesso tempo, possono essere collegati: alla circolarità del culto processionale; al sacro periambulare, girare in cerchio, nel tempio o intorno alle fondamenta di cosa sarà eretto; al percorso circolare chiuso, concluso. [2]
Dal nominativo neutro plurale di colturus, participio futuro di còlere, nasce la parola cultura. Il participio futuro ha comunemente un valore finale e un significato attivo. Dunque, come “ventura” si riferisce a ciò che sta per accadere, e “nascituro” a chi sta per nascere, così sono cultura le cose prossime alla coltivazione, a fare crescere, a onorare. Se dal participio futuro di còlere (colturus) nasce “cultura”, da quello passato (coltus) nasce “culto”, ovvero il terreno dissodato e preparato, ovvero l’onore reso e definito secondo la regola sacra: in sanscrito ŗta, da dove, attraverso il latino, provengono le nostre parole “ruota”, “retto”, “diritto” e “rito”. Il rito definisce il culto.
E il culto, scrive Raimon Pannikar, teologo che ha coltivato una posizione d’incontro e dialogo tra induismo e cristianesimo,

[…] è l’atto con il quale l’uomo collabora attivamente con il resto del creato (Dei e altri esseri) alla costruzione (al mantenimento) della sua vita e di quella del cosmo. [3] [E più avanti precisa:] Non ogni azione è cultuale. Lo sono soltanto quelle considerate come espressioni finali di una credenza, cioè come manifestazioni della religione – se siamo d’accordo di chiamare religione il “luogo” della credenza. Il culto è un atto simbolico, non è un atto puramente privato, che esprime l’intenzione psicologica o soggettiva di chi rende culto, né un’azione esclusivamente oggettiva, che contenga solo poeticamente quello che esprime. [4]

Il culto è un atto simbolico perché unisce diversi piani dell’esistenza, li mette in comunicazione, collega ciò che è fisico con ciò che è metafisico, ciò che è visibile con ciò che è invisibile, e, come ogni simbolo, segna la via maestra per il contatto profondo con la natura delle cose. [5] Ogni atto e ogni conoscenza che lega – anzi ri-lega (come è proprio della religio) – l’uomo al mondo che lo circonda dà concretezza a questa unione che, attraverso il rito, può essere espressa nella forma del culto.
E la cultura? Come il participio futuro preannuncia ciò che, una volta compiuto, potrà essere espresso nella forma del participio passato, così, andando in pellegrinaggio alle sorgenti delle parole, deduciamo che la cultura preannuncia il culto, lo precede in ordine al tempo, in senso cronologico, così come l’annuncio di un evento precede il suo compimento, così come la gravidanza precede il venire alla luce del nuovo nato.
Tuttavia, capovolgendo la prospettiva e guardando le cose non più in ordine al tempo ma in ordine al loro fine, cioè in senso teleologico, allora s’inverte anche il criterio di precedenza. Se ciò che è compiuto è l’esito di ciò che era preannunciato allora il culto è il fine della cultura; perciò, in senso non cronologico ma teleologico, possiamo dire che la cultura è generata dal culto e dal culto è orientata; così come, nello stesso senso, la destinazione dà origine e direzione al viaggio; così come, nello stesso senso, cosa segue il momento della morte dà origine e direzione a questa nostra vita.
Ogni realizzazione è il “participio futuro” del suo progetto appena steso, e tuttavia, da un punto di vista teleologico, gli dà origine e direzione.
Florenskij, partendo da un altro sentiero (quello che prende forma dal filone dell’etnografia e della storia delle religioni), in un appunto del 1921 osserva:

In accordo con le teorie del sacro, parola ultima della scienza, la cultura ha origine dal culto, è derivata dagli atti di culto. Tutti i concetti filosofici e scientifici derivano dal culto. Così anche i miti. Realtà originaria, nella religione, non sono i dogmi e nemmeno i miti, ma è il culto, ovvero una realtà concreta. [6]

L’attenzione del mistico e scienziato russo sulla relazione generativa tra culto e cultura, tutt’altro che isolata, ritorna tra le parole di altri protagonisti del pensiero filosofico e teologico russo fiorito nei primi decenni del secolo XX: penso, tra gli altri, a Nikolaj A. Berdiaev e a Sergej N. Bulgakov. Più vicino ai nostri giorni (1972), Pavel N. Evdokimov scrive: «Quando è vera, la cultura, nata dal culto, ritrova le sue origini liturgiche».[7]

2.
Da kwel a còlere: forse si spiega proprio così la nascita di un senso del tempo circolare, attraverso l’inizio della coltivazione della terra e una nuova consapevolezza del cerchio delle stagioni, come suggerisce la narratrice Susanna Tamaro in una riflessione:

La civiltà, come noi la conosciamo, è nata con l’agricoltura. Le tribù dei cacciatori nomadi non avevano un’idea precisa del tempo. Cacciavano, consumavano – dato che non si poteva conservare – e tornavano a cacciare. L’irrompere dell’agricoltura ha portato la concezione della circolarità del tempo, kwel […]. [8]
Come è proprio dell’agricoltura, la cultura richiede un rapporto con il tempo e con la concretezza, ma oggi il venire meno del suo valore profondo, che si accompagna al progressivo abbandono dei campi, lascia spazio a un nuovo tribalismo, fatto di frammentazione, occasionalità e di una sostanziale perdita del senso del tempo e della comunità.Cultura, così come la parola è germinata nelle nostre lingue, per la sua intima natura rivelata attraverso la propria origine, ha a che fare con ciò che è prossimo ad avere cura, a fare crescere, a onorare: in questi significati il valore finale del participio futuro trova un’espressione eloquente. È cultura ciò che porta a questo – avere cura, fare crescere, onorare – e a farne oggetto di realizzazione. È un valore assoluto che sottende una spinta verso l’alto (fare crescere) e, com’è proprio del culto, mette in contatto i piani dell’essere ed eleva alla conoscenza di ciò che sta sopra, di ciò che sta oltre. La cultura, dunque, riguarda le cose prossime a fare crescere, a elevare; anche se oggi non riusciamo più a usare la parola in senso assoluto ma solo in relazione a qualcosa: si parla di una “cultura del”, come quando si dice “cultura dell’arte orafa”, “cultura del socialismo”, “cultura urbana” … Ma il recupero del significato originario della parola ci mostra che, quando la decliniamo attraverso una specificazione della quale diventa sostegno, si smarrisce il suo valore assoluto e così essa deraglia dalla sua radice profonda. Allora, di fatto, chiamiamo cultura quella che è civilizzazione, [9] o ne facciamo un deposito di conoscenze, consuetudini e valori propri di un gruppo sociale o di un contesto epocale o territoriale, aprendo la strada alla nozione plurale di “culture”, diluendo il significato originario in una fenomenologia priva di contorni.
Così dicendo diciamo anche che i popoli bèrberi, i Mongoli, gli Ebrei, gli Aborigeni, le etnie zingare, e quanti altri sono vissuti o ancora vivono grazie alla raccolta, alla caccia, agli spostamenti, e non hanno al centro del proprio rapporto con la sopravvivenza l’agricoltura, non hanno cultura né una relazione legittima con il culto, derivati di còlere? Non ho incertezza nel credere che tra questi popoli siano state impiegate o ancora s’impieghino altre parole, con altre radici, ugualmente riferite alla relazione verticale con la trascendenza e a quella orizzontale tra le persone e le generazioni. Ma perché le parole non sono contenitori neutri di significati, non sono indifferenti al loro contenuto, presumo che fra quei popoli,  quelle relazioni e della circolarità e della devozione e dell’elevazione probabilmente abbiano un senso diverso da quello mediato attraverso kwel. Invece, è ben evidente quale senso depotenziato “cultura” e “culto” abbiano maturato nell’Occidente urbano dove il rivolgimento della terra e la circolarità del tempo spesso, sempre più spesso, non sono più che astrazioni di ricordi altrui.

3.         Da questo ragionamento, vorrei fare germinare due osservazioni.

Perché è animata dall’intima tensione a fare crescere, a elevare, perché affonda la sua origine nel culto, la cultura non va confusa con quell’erudizione che ha il proprio fine in sé stessa, nell’accumulazione dei dati, nella loro ostentazione sociale o accademica, ed è espressione di collezionismo delle informazioni, guscio di un sapere ridotto alla sua apparenza, gioco di riconoscimento tra i sodali di una conventicola. La cultura che ha il suo fondamento teleologico nel culto porta a crescere, a elevare; come il culto, con il quale condivide la stessa radice, si esprime come atto simbolico e perciò tende ponti fra le persone e tra i mondi; non si occupa di cose inutili, di inezie senza anima, non gioca allo specchio, perché, nata da un verbo attivo, trova il suo compimento in cosa o in chi ne è destinatario. Chi parla per non farsi capire, chi inutilmente complica ciò che è semplice (ma anche chi banalizza ciò che è complesso), chi astrae ciò che è concreto, chi consapevolmente usa le proprie conoscenze e le parole per segnare le distanze, per distinguersi, per sottomettere, invece che per condividere e comunicare, non coltiva nulla ma genera deserto, non fa crescere ma inaridisce, non rende onore che al proprio io di narciso infelice, e non produce cultura ma, distaccandosi dall’umanità, genera il proprio isolamento.
Recuperato il valore originario della parola, possiamo notare che essere stati sottoposti a un lungo ammaestramento scolastico, disporre di un ricco vocabolario, memorizzare nomi e citazioni, conoscere una grande quantità di nozioni, tutto questo di per sé non ha a che fare con la cultura.

Nella civiltà dello spettacolo, la parola cultura è usata a sproposito ed è trattata quasi come sinonimo di intrattenimento, spettacolo e occupazione del tempo libero. In alcuni quotidiani la pagina della cultura è diventata, nei fatti, quella degli spettacoli, delle manifestazioni e del folklore. Lo si osserva quando gli “assessorati alla cultura” esprimono il loro impegno nell’organizzazione di sagre, intrattenimenti, “notti bianche”, nella spettacolarizzazione dei luoghi e delle comunità. Cosa si fa crescere così, cosa si eleva, cosa si onora?
La cultura – diceva E. Zolla – è ormai una gran macchina congegnata per l’ostentazione o il profitto, per l’aggiornamento o la frode, ma soprattutto per la distrazione o per il gioco d’azzardo dei guadagni dell’industria culturale. [10]
La confusione di cultura e intrattenimento accompagna lo svuotamento della parola e va di pari passo con la confusione che domina lo spazio della creatività, dove ogni ghirigoro, ogni pennellata e ogni segno puerile sono proclamati arte, ogni lallazione poesia.
Per riprendere la suggestione di Tamaro: lo smarrimento di un valore orientante della cultura ci riconsegna a quello stato di tribalismo dal quale aveva segnato l’uscita. [11]

4.
La barbarie non è alle porte. È nel cuore del nostro tempo ed è penetrata ormai da molti decenni. E non si nota più attraverso le sue esasperazioni, le punte dell’iceberg – Auschwitz e la Kolyma, lo stadio di Santiago e la Cambogia di Pol Pot … – ma nella volgarità che infetta il linguaggio di tutti i giorni, nella mala educazione che avvelena i rapporti tra le persone e tra le persone e i luoghi dove vivono e la loro storia. Friedrich W. Nietzsche intravedeva il deserto che cresce, [12] oggi si faticherebbe a vederlo, perché è già entrato nella filigrana delle cose e, come ciò che è banale e quotidiano, non fa notizia.
La scuola che dovrebbe essere argine per la barbarie, ne è intrisa come dell’acqua può esserlo una spugna. E quando la barbarie è penetrata nel cuore dell’impero, allora forse è giunto il tempo di fare rinascere il Vivarium di Cassiodoro e la Montecassino di Benedetto; e perché la barbarie è nel cuore del nostro mondo e il giorno che ci è dato è breve, allora non c’è tempo da sciupare con le piacevolezze dell’erudizione e con la cultura ridotta a sfoggio e passatempo, e – se non vogliamo consolarci pensando che dopo di noi sarà il diluvio; così fa chi si trastulla con la fine del mondo imminente – neppure indugiando con l’industria dell’intrattenimento e della distrazione. In questo tempo serve cultura, quella che prende cura, che eleva, che aiuta ad allinearsi con l’ordine magistrale delle cose, che serve a ricomporre un cosmo deflagrato nella relatività e nell’indifferenza (nascosta sotto la maschera della tolleranza), come è nell’intimo della sua natura e come, attraverso lo scavo etimologico, la radice della parola che la dice ci rivela.

E pensando a queste cose, alla distanza tra ciò che è definito cultura e il suo significato profondo, a come persone istruite volentieri si smarriscano tra astrazioni, dettagli, bizantinismi e tempeste agitate in una tazza di tè, mi tornano al cuore alcune parole che Florenskij ha lasciato nei suoi bilanci e volentieri mi cucio addosso come un abito modesto ma dignitoso.

Io che sono un uomo, non trovo motivo di tormentarmi in cerimonie cinesi che si spiegano come pure e semplici convenzioni e che non danno alcun contributo alla conoscenza. Io non ho né tempo né forza di studiarli, perché la vita non aspetta. La vita esige attenzione e sforzo: vivere una vita non è come passeggiare in un campo. Ecco, se si vuole fare un bilancio, io, che sfiorisco nella prima metà di questo XXI secolo,[13] non voglio caricarmi del peso delle vostre controversie prive di azione, delle vostre incertezze e perfezionismi. Le vostre costruzioni saranno magnifiche, tanto magnifiche quanto un tempo era l’etichetta presso il re Sole; ma a me, che cosa importa di questo, che cosa importa delle vostre finezze, e delle finezze di Versailles? La mia casa è piccola, la mia vita è breve, e la mia misura è quella dell’uomo. Senza amarezza e senza ira, ubbidendo semplicemente alle esigenze della vita e della mia responsabilità verso la vita, io volto le spalle alla vita intesa come puro divertimento e vivo come ritengo giusto. [14]

Bibliografia

Massimo Angelini, Sui segni e i simboli sacri, in Dalla cultura al culto, Nova Scripta, Genova 2012: 33-38.

Nikolaj Berdjaev, Sulla cultura (O kul’ture), in Pensieri controcorrente, a cura di A. Dell’Asta, La Casa di Matriona, Milano 2007: 83-97.

Sergej N. Bulgakov, I fondamenti dogmatici della cultura (Dogmatičeskoe obosnovanie kul’tury, 1930), a cura di M. Campatelli, Lipa, Roma 2006.

Pavel N. Evdokimov, Teologia della bellezza: L’arte dell’icona (L’art de l’icône, Théologie de la beauté, 1972), a cura di A. Crema, V. Gambi, G. Vendrame, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 1990 (20027).

Pavel A. Florenskij, La concezione cristiana del mondo (Kul’turnoo-istoriceskoe mesti i preposylki christianskogo miroponimanija, 1921), a cura di A. Maccioni, Pendragon, Bologna 2011. Bilanci (Itogi, 1922), in, Il valore magico della parola, a cura di G. Lingua, Medusa, Milano 2003: 93-103.

Riccardo Garbini, Che cos’è la cultura, in: Autori vari, Contaminazioni. Studi sull’intercultura, a cura di D. Costantino, Franco Angeli, Milano 2007: 25-36.

Friedrich W.Nietzsche, Così parlò Zarathustra (Also sprach Zarathustra, 1885), a cura di G. Colli, Adelphi, Milano 1977.

Raimon Panikkar, Culto e secolarizzazione (Culto y secularizaciòn. Apuntes para una antropologìa liturgica, 1979), in Opera omnia, vol. IX, Mito, simbolo, culto, a cura di R.P. e di M. Carrara Pavan, Jaca Book, Milano 2008.

Susanna Tamaro, L’isola che c’è. Il nostro tempo, l’Italia, i nostri figli, Lindau, Torino 2011.

Elémire Zolla, Che cos’è la tradizione, ed. Bompiani, Milano 1971.



[1]      Revisione della comunicazione presentata, con il titolo “Alle radici della parola cultura”, alle “Giornate internazionale di studi in ricordo di Salvatore Rotta” (Genova, Biblioteca di Filosofia, 5-6 dicembre 2011). Il testo, con minime rivisitazione, è stato pubblicato in: a) Alle radici della parola cultura, Biblioteca Elettronica su Montesquieu e Dintorni, IV, Bologna 2012; b) Alle radici della parola cultura, in Autori vari, Studi di storia della cultura, cur. D. Felice, Clueb, Bologna 2012: 479-484; c) Dalla cultura al culto, in M. Angelini, Dalla cultura al culto, Nova Scripta, Genova 2012: 39-46; d) Down to the roots of the word “culture”, Philosophy, Activism, Nature (PAN), IX, Melbourne 2012: 90-94.
Ringrazio Freya Matthews per avere discusso le tesi qui presentate.
[2]      Di còlere, Riccardo Garbini (2007: 26-27) pone in evidenza i significati di «a. coltivare, nel senso di fare, coltivare, operare sul creato; b. coltivarsi, vale a dire il crescere interiormente e perfezionare le proprie qualità umane; c. rendere culto, il che significa essere consapevole della propria natura di creatura, in grado di raggiungere la saggezza. […] Il sostantivo astratto latino, derivato dal plurale neutro del participio futuro, può dunque essere tradotto con “(le cose) da coltivare / coltivarsi / (cui) rendere culto». Più avanti collega i tre significati a tre ambiti che, suggerisce, vivono alla base della civiltà del Medioevo e ne contraddistinguono il reicentrismo e la consuetudo: cosmologico (la terra), onto-antropologico (la persona), metafisico.
[3]      Pannikar 1979 (2008: 329).
[4]      Stessa opera: 364
[5]      Sull’origine e il significato di “simbolo”: Angelini 2012.
[6]      Florenskij, 1921 (2011: 131).
[7]      Evdokimov, 1972 (1990: 88).
[8]      Tamaro, 2010 (2011: 116).[9]      Sulla netta distinzione tra cultura e civilizzazione, si soffermano anche: Bulgakov 1930 (2006: 77-84); Berdjaev 2007: 83-97.
[10]    Zolla 1971: 202.
[11]    Qui si accenna al “tribalismo”, in altri punti alla “barbarie”. L’uso di queste parole può generare fraintendimenti e lasciare intendere un non voluto senso di superiorità verso le concezioni del mondo fiorite tra i popoli nomadi, tra le tribù di raccoglitori e cacciatori. Quale di questi popoli potrei dire che, da un punto di vista metafisico ma anche etico, è meno aderente alla realtà e alla verità delle cose di qualcun altro? Ma nella sedimentazione del linguaggio del quale sono erede e portatore, il “tribalismo”, la “barbarie” hanno una connotazione di valore che non posso trascurare, senza scivolare nell’astrazione. Ciò che qui comunemente intendiamo per “barbarie” racconta il sovvertimento della bellezza, dell’armonia, del rispetto, e io non ho dubbi sul fatto che questa parola che fiorisce mentre sta per deflagrare la civiltà romana, oggi, e da molto tempo, può essere usata appropriatamente per esprimere cosa l’Occidente europeo e le sue metastasi sugli altri continenti ha esportato e imposto chiamando cultura o civilizzazone quelle che sono pratiche di asservimento economico e sociale, inaridimento dello spirito, brutalizzazione delle persone, di ciò che vive e del mondo che li ospita.
[12]    «Il deserto cresce, guai a colui che cela deserti dentro di sé!». Nietzsche 1883-1885: parte IV, 2.
[13]    Con le parole «che sfiorisco nella prima metà di questo XXI secolo» qui sostituisco le originali di Florenskij (nota successiva) che scriveva «uomo diciamo degli anni Quaranta del XX secolo».
[14]    Florenskij, 1922 (2003: 102).

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