2010 Nota sugli archetipi

[in Il Ludus Triumphorum, a cura di Paolo A. Rossi e Ida Li Vigni, Nova Scripta, Genova 2011:-168]

Ogni essere vivente fa supporre un’intelligenza che lo plasma. Le sue molecole ne recano la formula in codice, e questa rinvia a una forma formante e informante. Gli antichi parlavano della causa formale che informa di sé ogni essere vivente; a noi capita di poterne leggere la scrittura. Ma mentre decifriamo il codice biologico, non osiamo più immaginare l’interna intelligenza codificatrice; essa è divenuta irraggiungibilmente interna, nota a pochi e diffamata: esoterica.[1]

La lettura dei tarocchi fatta sulla filigrana degli archetipi è “moneta” corrente, forse anche inflazionata, fra chi si occupa di esoterismo. Non è perciò in questa sede il caso di ripercorrere la storia dell’interpretazione archetipica dei tarocchi: mi limito a ricordare che si tratta di una lettura relativamente recente, che prende corpo nel secolo XVII e acquista notorietà a partire dal Monde Primitif, curato nel 1781 da Antoine Court de Gébelin.
Da allora, su questa interpretazione si è detto molto, forse troppo e talvolta più di quanto non sia lecito dire; del resto sappiamo che i significati delle cose vivono nei segni che li custodiscono, ma anche in noi che amiamo trovarceli e riconoscere quello che la nostra immaginazione ci suggerisce, e qualche volta sistemiamo cosa desideriamo vedere secondo un ordine necessitante che piace pensare esterno al nostro desiderio. Tutto può essere riempito o vuotato di senso: così le figure dei tarocchi, la loro composizione, il loro ordine, il loro numero. Gli arcani maggiori sono 22, e in questo numero, dai più ricondotto alla kabbalàh, è riconosciuto un significato particolare; ma suppongo che il numero ci potrebbe apparire ancora più rilevante se gli arcani maggiori fossero 12 o 27, e che sapremmo trovare un significato altrettanto particolare se fossero 14, 26 o 61. In assenza di capisaldi e orienti della ricerca e della riflessione, ogni interpretazione, anche nata dalla fantasia e dal desiderio, può essere enunciata senza argomentazione e può pretendere di essere accolta senza obiezione; per altro, non c’è modo, né vale la fatica, di discutere quello che appartiene alla repubblica dei gusti e delle opinioni.
L’occasione di questo incontro intorno ai tarocchi mi permette di parlare degli archetipi e presentare una breve nota a beneficio di chi conosca l’argomento da lontano; e questa non è e non può essere più che una nota, ché sarebbe superbia affrontare e trattare un tema così vasto nel breve spazio di una relazione: non basterebbero 10 convegni come questo per circoscrivere il tema degli archetipi e per parlarne con più ragionevole compiutezza, ammesso che degli archetipi si possa … parlare.
La parola, archetipo, deriva dal greco archétypos, parola composta da arché e da typos. Arché è il “principio”, l’ “origine”, sia in senso temporale, sia in senso ontologico; typos è il“modello”, oppure il “sigillo”: due significati ben diversi che condizionano un diverso modo di pensare gli archetipi. Soffermiamoci qui.
Il significato di “modello” si inscrive nell’orizzonte del pensiero platonico [[2]], dove il mondo sensibile è copia e riflesso del mondo ideale, e dove le idee, staccate dai fenomeni che riflettendosi in esse le riproducono, sono lontane, immobili, vivono altrove. È all’interno di questo orizzonte che possiamo leggere il ricorso agli archetipi proposto nel secolo scorso, tra altri, da Carl G. Jung e Mircea Eliade.
Per il primo, sono immagini antiche che appartengono al tesoro comune dell’umanità e che si ritrovano in tutte le mitologie [[3]], ma soprattutto sono strumenti di analisi e interpretazione della psicologia del profondo, evocati per spiegare cosa dà forma all’inconscio collettivo e personale, un inconscio popolato di tipi arcaici, di universali presenti dai tempi più remoti; il secondo li impiega per ricostruire l’universo mentale delle società premoderne e tradizionali, dove ogni fenomeno terrestre, astratto o concreto corrisponde a un termine celeste, invisibile, a un’idea nel senso platonico, e dove ogni gesto rituale è riconducibile a un gesto primordiale, originario, attuato da un dio, da un eroe o da un antenato mitico; nelle civiltà arcaiche e native agli archetipi si conformano tutte le cose del mondo, eccetto cosa sia informe e assimilabile al caos.[4]
Ben diverso da “modello” è “sigillo” (ed è questo il significato di typos che desidero mettere in evidenza), ovvero “calco”, ciò che genera un’impronta: ancora oggi nell’arte tipografica – lo dice la parola – il tipo è il carattere mobile che stampa l’inchiostro sulla carta. L’archetipo qui non è staccato dalle cose, ma dà forma al vuoto e genera l’apparenza delle cose, e ha, dunque, un ruolo attivo nella continua creazione del mondo, non separato e non indifferente a quello che esiste. Ritrovo la pregnanza e la profondità di questo significato in Pavel A. Florenskij,
[5] che parla, non di mondi separati ma, di aspetti complementari della stessa unica realtà, e in Elémire Zolla, che mostra negli archetipi le forme formanti che danno forma alle cose formate, le immagini immaginanti per le immagini immaginate, e insegna a coglierli attraverso un

aggiramento delle apparenze sensibili, un salto controcorrente, quale fa il salmone, [che] porta dal piano dei participi passati a quello dei presenti: dalla natura naturata a quella naturante, dall’esperienza vissuta alla creazione vivente.[6]   

Al di qua delle differenti letture, è patrimonio comune e condiviso la consapevolezza che gli archetipi sono raccontati dal mito, sono riattualizzati nel rito e si incarnano attraverso il simbolo e attraverso il simbolo diventano visibili. Il simbolo – dal greco syn-ballein “mettere insieme, congiungere” – in relazione agli archetipi non è semplice manifestazione o, meno ancora, rappresentazione, ma ponte, o piuttosto “porta”. È esemplare cosa insegna Florenskij sul passaggio che mette in comunicazione i mondi, come è proprio del sacro, e ci permette di guardare ciò che sta al di là da questo piano di realtà, ma permette anche a ciò che sta al di là di guardarci. Come l’icona, così il simbolo può mettere in comunicazione reciproca il mondo visibile e quello invisibile, il noumeno con il fenomeno; e come fa la mente dei fedeli attraverso l’icona, così attraverso il simbolo la nostra mente si solleva dalle immagini agli archetipi e con essi entra in diretto contatto ontologico.[7]

Tutto quello che finora ho detto è noto a chi conosce l’argomento e potrebbe essere di qualche utilità solo per chi con esso ancora non abbia guadagnato familiarità. Invece, potrebbe forse apparire meno consueto lo spunto di riflessione che desidero presentare in conclusione di questo intervento.
Tutto ciò che esiste è formato da una forma formante ed è illuminato da una luce illuminante della quale è espressione vivificata: forse la forma formante dell’uomo è proprio il dio che – racconta la Scrittura – lo ha creato a sua immagine e somiglianza.[8] Forse non è azzardato pensare che, non solo universalmente ma, anche singolarmente siamo espressione di un archetipo che ci individua e anima la nostra parte originaria, quella più intima, ed agisce personalmente in noi come forma formante; ma proprio questa parte originaria e intima – quella formata dal nostro archetipo personale – vive nell’ombra della nostra coscienza, coperta, camuffata da tutto quanto nel tempo si stratifica come posa, maniera, atteggiamento: questa è la parte genuina e ignota di noi, quella che deformiamo con mimiche e automatismi, e spesso nascondiamo con le parole, le troppe parole, qualche volta più numerose di quanto sappiamo dire, e con le uniformi e gli abiti sociali sotto i quali desideriamo apparire, fino a divenire la nostra caricatura, la scimmia di noi stessi. Ed è in questo gioco di specchi contrapposti e deformati che con facilità ci allontaniamo dal profondo di noi stessi e ci allontaniamo reciprocamente gli uni dagli altri.
Questo è un modo di vedere l’archetipo personale; e lo si potrebbe leggere anche in modo diametralmente diverso, come demone interiore: così fa E. Zolla in Archetipi, dove parla del loro dominio su di noi e, con riferimento al “bordello universale” raccontato nel dramma Le Balcon di Jean Génet, annota così:

il Bordello Universale del dramma è l’istituzione sociale che a ciascuno dà modo di recitare, con la compagnia e con i sussidi teatrali opportuni, la scena archetipica che lo ossessiona e definisce.[9] E, poco più avanti, aggiunge: Talvolta addirittura la scena archetipica si eredita: quante figlie continuano a inscenare la farsa coatta della madre, quanti figli proseguono la recita del padre, e quanti infine disperatamente eseguono addirittura l’archetipo del genitore di opposto sesso, sfidando gl’incredibili ostacoli con invincibile, demente fedeltà.

Riecheggiando, così mi pare di sentire, le teorie che attraverso la ripetizione dei “copioni” familiari spiegano i tratti di personalità o i meccanismi di coazione nei comportamenti.[10] Sotto questa luce, è l’archetipo personale che esercita potere, genera automatismi, spinge a cercare sfoghi camuffati e oscuri [e] costringe le sue vittime a strambe mimiche gratuite, a penosi e grotteschi tic.[11]
Al di là di questa interpretazione, torno a riflettere sull’archetipo personale come nostro sigillo e matrice particolare della nostra esistenza, e osservo che provare a cercarlo dentro di noi è un buon compito e, a ben guardare, è proprio il compito che una delle massime più nobili del pensiero universale – conosci te stesso – ha suggerito, e che, come voce esperanta e senza tempo, si riverbera, tra i molti, nell’oracolo delfico e nel socrate platonico, in Marco Aurelio e in Agostino, in Lao Tze e in Krishnamurti. Ma, tornando alla metafora della luce oscurata da cosa la ricopre, dell’essenza sottile nascosta e deformata sotto lo spessore dei travestimenti sociali, per cercare l’archetipo che è in noi possiamo provare a dismettere maschere e maniere, quasi spogliarci – è stato questo il primo atto di rinascita in Francesco di Assisi –, e persino a parlare un po’ di meno.  E oltre a essere un buon compito per noi – per tornare semplicemente quello che siamo – la ricerca del nostro archetipo è anche socialmente conveniente, se consideriamo che le differenze tra i nostri archetipi, perché più vicini all’archetipo comune, ragionevolmente sono assai minori di quanto lo siano le nostre maschere! Sarebbe più facile riconoscersi e meno faticoso stare insieme. E come non pensare la leggera sincerità dell’essere e la convivialità come buoni punti cardinali per la nostra vita?

Tutto quanto possa aiutare in questo cammino interiore è per noi un buon viatico. I tarocchi, letti alla luce degli archetipi, se ci portano su una strada coltivata di concetti che parlano di concetti e nozioni che si assommano ad altre nozioni, possono diventare motivo di intrattenimento e distrazione – e Dio sa per il poco tempo che la vita ci lascia a disposizione quanto poco bisogno abbiamo di distrarci –, ma se ci riportano a noi stessi e ci aiutano a ripercorrere una strada a ritroso alla ricerca di quella parte di luce che conserviamo nel nostro profondo, allora possono essere viatico eccellente.

Bibliografia

Eliade, Mircea.
1949 Le mythe de l’éternel retour. Ed. cons.: Il mito dell’eterno ritorno. Archetipi e ripetizione, Borla, Torino 1966.

Florenskij, Pavel A.
1921-1922 Ikonostas. Ed. cons.: Le porte regali: Saggio sull’icona, a cura di E. Zolla, trad. di Pietro Modesto, Adelphi, Milano 1977; Iconostasi, trad. e cura di Giuseppina Giuliano, Medusa, Milano 2008.

Jung, Carl G.
1940 Psychologie und Religion. Ed. cons.: Psicologia e religione, trad. di Bruno Veneziani, Edizioni di Comunità, Milano 1962.

Ries, Julien.
Le costanti del sacro. Mito e rito, Jaca Book, Milano 2008.

Zolla, Elémire
1975 Pinocchio e gli archetipi, in «Conoscenza Religiosa», 2.
1981 Archetypes. Ed. cons.: Archetipi, a cura di Grazia Marchianò, Marsilio, Venezia 2005.
1982 Esoterismo e fede, in «Conoscenza Religiosa», 1-2. Ed. cons.: in E. Zolla, Conoscenza religiosa. Scritti 1969-1983, a cura di Grazia Marchianò, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 2006: pagina 697


Traccia della comunicazione presentata al convegno di studi Il Ludus Triumphorum: carte da gioco o alfabeto del destino, Genova (Museo del Mare), 17-18 settembre 2010.

[1] Zolla, 1982 / 2006: 697.
[2] Platone, in particolare Fedro e il libro VII della Repubblica (514 b – 520 a).
[3] Jung, 1940, in Ries: 168.
[4] Eliade, 1949 / 1966: 19.
[5] Florenskij, 1921-1922 / 2008.
[6] Zolla, 1982 / 2006: 698. Lo stesso Autore ha dedicato agli archetipi un lungo saggio [1981]. Cfr anche: Zolla, 1975.
[7] Florenskij, 1921-1922 / 1977: 66.
[8] Genesi, 1, 26-27.
[9] Zolla, 1981 / 2005: 77.
[10] Il concetto di “copione familiare” è patrimonio caratteristico dell’Analisi transazionale; vedi: Eric Berne, Ciao e poi? [titolo originale, postumo 1972], ed. Bompiani, Milano 1994.[11] E. Zolla, Archetipi: pagina 78.

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