2013 Semi e popolazioni

Massimo Angelini

SEMI E POPOLAZIONI

Le “varietà tradizionali” sono un patrimonio delle comunità rurali. Hanno preso la loro forma provvisoria nel tempo delle generazioni, durante il quale sono state selezionate, addomesticate, conservate, tramandate [1] e continuamente si sono adattate. E adattandosi, poco o tanto, sono mutate senza interruzione: in armonia con i cambiamenti di terra e clima del luogo dove anno dopo anno sono state riprodotte, in armonia con le innovazioni introdotte dalle comunità locali con lentezza e nel solco della continuità.

L’accostamento delle parole, “tramandate” e “mutate”, ricorda che la tradizione e il mutamento stanno bene insieme: l’una senza l’altra non possono stare senza dare vita a eccessi e distorsioni. Il cambiamento che non conosce la continuità genera innovazioni senza radici, senza contesto, senza un tempo necessario e sufficiente perché la comunità possa accoglierle, apprenderne un uso misurato e sapiente, dialogare con loro e farne bene comune. Genera innovazioni isolate e distanti come un’eresia dalla conoscenza acquisita dalla gente, nel tempo condivisa e, come una sola voce, fatta senso comune; [2] innovazioni che, trascurando la continuità, non onorano le innumerevoli persone che ci hanno preceduto, delle quali non resta neppure il nome, ma che, insieme, hanno depurato, tenuto vivo e consegnato ciò che, invece, così è negato. D’altra parte, la tradizione senza lento cambiamento, quando non arriva a fissarsi in un canone confermato dal consenso comune, convalidato dal tempo e continuamente commentato, è solo ripetizione senza vitalità, cosa buona per i musei o per la nostalgia, caricatura del passato, parodia della vita; ripetizione che alle innumerevoli persone che ci seguiranno non affida un lascito da tesoreggiare ma un guscio sterile.

La tradizione non è conservatorismo né fascinazione del passato storico – osserva in tutt’altro contesto, ma in armonia con la nostra osservazione, lo scrittore e filosofo Fabrice Hadjadj, e prosegue – … niente è più lontano dalla tradizione di un museo folcloristico. La verità è che la tradizione non consiste in una semplice trasmissione del sapere: è la trasmissione di un saper vivere. – Arrivando così a concludere che – … il tradizionalismo si contrappone alla tradizione perché uccide l’organismo vivente per divenire un adepto del fossile. [3]

Il percorso che accompagna la vita delle varietà agricole, dalla selezione alla tradizione lungo un continuo adattamento, ci ricorda che esse, così come le conosciamo nell’esperienza comune, in natura non esistono: in natura esistono le specie e le loro forme spontanee, gli ecotipi, forme delle specie declinate su condizioni locali di clima e terreno; ma non le varietà che sono anche il risultato di un’attività umana, spesso comunitaria (se non altro per il lungo tempo necessario alla loro “costituzione”). Dunque, le varietà potrebbero essere paragonate a un manufatto; comunque sono un lascito, un’eredità, un patrimonio comunitario per definizione. Definirle “risorse genetiche” è espressione di fragile consapevolezza o imbarazzante forma di riduttivismo, come sarebbe se si definisse un mobile come un aggregato di molecole, un dipinto come una somma di pennellate, o una persona come un campionario di automatismi fisiologici e di tic culturali.
Le varietà, come gli ecotipi, sono il prodotto di un incontro, nel tempo, tra una specie, un terreno e un clima, ma, ben più degli ecotipi, sono anche il prodotto dell’incontro con una cultura, in un luogo e in un ambito comunitario. [4] In questo senso, le varietà tradizionali, quando sono tramandate e adattate in un luogo, sono “varietà locali”, caratterizzate in modo originale e comunque dinamico sia nella loro modalità epigenetica[5] quella che agisce sulla continua ridefinizione del codice genetico, sia nei loro aspetti fenotipici, quelli esteriori legati alla forma e al comportamento.
La visibilità della varietà agricole conservate e tramandate dai coltivatori, è diventata più nitida da quando, sull’onda dell’attenzione ecologica, si sono imposti i concetti di diversità e patrimonio rurale, concetti tradotti in espressioni efficaci, anche se non sempre felici: penso, per esempio, a biodiversità, o a risorse genetiche, espressione di sapore strumentale e riduzionistico come ogni espressione che traduce in “risorsa” l’ambiente (r. naturali), le persone (r. umane), e più in generale cosa vive, come se fossero beni, macchine o capitali. [6]
In questi anni poi, intorno alle varietà considerate locali o tradizionali [7] ha preso corpo una particolare retorica, di matrice “urbana”, che nulla ha a che fare con il mondo rurale, dentro la quale si vuole che siano tali – locali, tradizionali, ma non è raro sentirle chiamare in modo evocativo “antiche” o “contadine” – solo se sono “autoctone” ed estranee a incroci che possano pregiudicarne la purezza.

Su questi aspetti, autoctonia e purezza, desidero proporre alcune considerazioni.

L’“autoctonia” (potremmo dire l’“originarietà”) di un ecotipo o di una varietà non deve essere confusa con quella della specie alla quale quell’ecotipo o quella varietà appartengono. La maggior parte delle specie che animano la storia agraria di un luogo, ne popolano i campi e ne imbandiscono le tavole, quasi mai è originaria di quel luogo. Le patate provengono da alcune regioni dell’area andina e arrivano in Europa nel tardo XVI secolo, per entrare stabilmente in cucina solo due secoli più tardi, pressappoco insieme con il topinambur e poco dopo il mais che, insieme con i fagioli, arriva dalle regioni mesoamericane. Il frumento è originario della Mezzaluna fertile; l’ulivo e il castagno, provenienti dal Mediterraneo orientale, e il riso, dall’estremo Oriente, iniziano a essere coltivati sulle nostre terre solo nel corso del Medioevo. Così potremmo dire di numerose altre piante alimentari fino ad arrivare in prossimità dei nostri giorni quando, ancora dall’Oriente, in Europa sono giunti il cachi e il kiwi. Le persone hanno viaggiato, commerciato e scambiato semi, ininterrottamente, nei brevi e nei grandi spazi, su scala internazionale e su scala locale: così è ancora oggi. Alcuni cereali, fruttiferi, leguminose e solanacee, giunti tra il Medioevo e la prima età moderna, da noi si sono acclimatati in modo ottimale, esprimendosi in uno straordinario paniere di varietà selezionate, addomesticate e tramandate qui e, come qui, in nessun’altra parte del mondo.
Il punto è questo: anche se le specie provengono da regioni lontane, le varietà che ne derivano hanno la propria origine qui dove sono state riprodotte e dove hanno acquisito caratteri di forma e comportamento particolari, talvolta modificando la matrice originaria in misura sensibile e profonda. E, nell’acquisizione di caratteri di forma e comportamento particolari, legati ai luoghi e ai saperi delle comunità che li abitano, queste varietà (non le specie) sono divenute native di quei luoghi e proprie (anche da un punto di vista giuridico) di quelle comunità. [8] Dunque locali.
Si potrebbe osservare che «tutte le specie alimentari che riescono a crescere sane in un luogo possono essere adatte per l’alimentazione di chi ci vive, e se alcune di quelle specie danno seme e il quel luogo sono riprodotte, allora, che riprodotte lo siano da 10 o 1000 anni, sono da considerare varietà locali». [9] E così siamo noi quando abitiamo in un luogo, dove produciamo e riproduciamo la nostra vita e la nostra famiglia, in armonia con le risorse e i saperi locali, e di quel luogo – che ne siamo o no “originarii”, che ci siamo o non ci siamo nati – sempre più, anno dopo anno, diventiamo nativi[10]
Quella della purezza delle varietà è dunque un’esigenza estranea al mondo contadino. Distinguibilità, uniformità, stabilità e purezza caratterizzano invece le varietà commerciali, le cultivar[11] sono requisiti previsti per l’iscrizione ai registri varietali, sono coordinate buone per i parametri ufficiali, definiscono i limiti per la commercializzazione delle sementi, sono caratteri conformi alla loro brevettazione e allo sfruttamento dei benefici commerciali legati al loro uso. Cosa hanno a che fare con i campi dei contadini nei quali, dove più dove meno secondo le caratteristiche di fertilità delle specie, le varietà si incrociano liberamente dando vita a mescolanze e popolazioni? Vere e proprie popolazioni, come siamo noi, donne e uomini, che apparteniamo alla stessa razza umana, [12] ma siamo diversi, anche profondamente diversi, l’una dall’altro.
L’agricoltura industriale conosce campionari e cataloghi di cultivar, ibridi “sterili”, cloni, organismi modificati per manipolazione genetica o mutazione indotta; il mondo contadino, invece, conosce gli ecotipi (per la raccolta frugale) e varietà e popolazioni (per l’agricoltura), con tutto l’arcobaleno della diversità di caratteri e aspetti che queste possono esprimere e tramandare. Alla massima espressione di diversità colturale e, all’interno di ciascuna coltura, di diversità genetica e fenotipica alla quale conduce l’agricoltura contadina, corrisponde la massima restrizione colturale, genetica e fenotipica di quella industriale, fino all’estremo di mortificazione della diversità nella pratica monocolturale e monovarietale.
Ma le monocolture non appartengono al mondo contadino. Buon senso e prudenza vogliono che sulla terra non si semini mai una specie sola (il mais, il melo, la vite …) per non legarsi a un solo mercato o a un solo mercante, né vogliono che si semini di ciascuna specie una sola varietà (il mais Marano, la mela Renetta, il vitigno Dolcetto …) ché se questa si ammalasse o non desse raccolto si perderebbe tutta l’annata. Così è successo nel 1845 in Irlanda, dove si piantavano prevalentemente patate e prevalentemente di varietà Lumper, quando un attacco di peronospora, alla quale la varietà era particolarmente sensibile, portò alla distruzione dell’intera coltura su tutta l’isola, e così alla carestia e alla morte di un milione di persone e all’emigrazione coatta di altrettante.
La monocoltura è figlia dell’agricoltura intensiva e industrializzata, quella che prima dei prodotti coltiva profitti e contributi e produce erosione della terra e della diversità. Neppure i prodotti monovarietali appartengono all’esperienza del mondo contadino. Qui il vino, per buon senso e prudenza, è fatto combinando le uve che si hanno, l’olio con le olive che si hanno, la farina con i grani che si hanno, i formaggi con il latte che gli animali danno in quel momento. Ed è così che il vino, fatto con le diverse uve e le particolari conoscenze di un luogo è davvero il vino di quel momento, di quel luogo e di nessun altro. E lo stesso vale per l’olio, la pasta, i formaggi e cos’altro si voglia considerare. Invece le mode di questo tempo cercano di imporre, in nome del prodotto monovarietale, artifici che prima non si conoscevano e che per i contadini sono la negazione del buon senso e della prudenza, ed è così che si ottengono gli oli di un’unica cultivar (pura oliva Taggiasca …), i formaggi di un’unica razza (pura vacca Reggiana …), le paste di una sola varietà (puro frumento Senatore Cappelli …), i vini di un solo vitigno (pura uva Sangiovese …). Intanto è sempre più difficile trovare un vino da tavola sincero, fatto con le diverse uve e i saperi di un luogo.
Monoculture e monocolture appartengono al tempo del pensiero unico, quello che ammette una sola espressione di fede, una sola politica, una sola economia, un solo progresso. Così anche la purezza dei prodotti monovarietali odora di artificiosità e moda, di intransigenza e fanatismo, e pure di svalutazione della diversità, della pluralità e della contaminazione che in agricoltura sono elementi di ricchezza e in natura garanzia di sopravvivenza. Per cosa riguarda le varietà, l’ossessione sul loro mantenimento in purezza e sul rischio dell’ibridazione incrociata risponde a esigenze commerciali, legate all’uniformità delle tecnologie colturali, di raccolta, confezione, distribuzione e vendita, a esigenze di ricerca, selezione e sviluppo di nuove cultivar, ma risponde anche al disorientamento identitario e ai desideri di conservazione e purezza iscritti negli immaginari della nostalgia e sollecitati da un approccio letterario, astratto, alla natura delle cose.
Ma quale problema esiste se il mio mais, le mie zucche, i miei legumi si incrociano con con quelli del vicino? Forse ne potrebbe diminuire la produttività, ma potrebbe anche aumentare; forse ne potrebbe peggiorare la “qualità”, ma potrebbe anche migliorare; è probabile che aumenti la base genetica; è improbabile che si riduca la fertilità (normalmente la sterilità segue l’incrocio tra specie, non tra individui della stessa specie); è certo che le piante ottenute vadano nella direzione della popolazione piuttosto che verso quella del clone, ed è certo che queste piante, se attraverso l’incrocio e la selezione spontanea dettata dal luogo guadagnano in adattamento e resistenza, siano ancora più legate, e in modo originale, al luogo dove crescono e possono riprodursi.
Certamente si guadagna in diversità. E la diversità e il gusto per la mescolanza e per la popolazione, come risonanza nella cultura e nella sensibilità, vaccinano contro le derive che possono nascere sotto il segno dell’intolleranza, dell’esclusione e dell’eugenetica.
Le ansie per la purezza varietale tradiscono un approccio astratto, una volontà pianificatrice, un ecologismo tecnocratico, una bonaria propensione alla separazione e al rigetto di cosa non è abbastanza puro da compensare il disorientamento morale, estetico e ontologico che intesse la filigrana della modernità. Le ansie per la purezza varietale tradiscono il misconoscimento e la negazione delle armonie e dei movimenti che spontaneamente e con sapienza animano la natura e ne sono rivelazione. Le ansie per la purezza varietale e l’ecologismo astratto e ideologico che se ne compiace trovano, sotto la specie della sociologia e della politica, una sensibile equivalenza nei programmi discriminatori che lo scorso secolo in forma estrema hanno accompagnato gli orrori dei totalitarismi e i programmi di “pulizia etnica, e in forma silente hanno alimentato, qui in Italia, il torpore e l’incultura della stagione leghista.
Poi aggiungerei ancora che gli incroci spesso fanno guadagnare in “bellezza” e “salute”: e questa è un’esperienza che, uscendo dall’ambito delle varietà agricole, tra la gente si conosce bene attraverso gli effetti, a volte infelici, di una monogamia (biologica, ma anche culturale) troppo stretta.
Sia chiaro: non propongo di importare senza criterio varietà da ogni luogo, a scapito di quelle del proprio luogo, ma di non temere il rischio di incroci e mutazioni: nel tempo le varietà mutano. Quel fagiolo, quella rapa, quel frumento che tanto gelosamente stiamo conservando in un luogo, 30, 60, 90 anni fa erano differenti, anche solo per scostamenti minimi. E propongo di non essere gelosi delle proprie varietà: messe altrove, nel tempo, si adatteranno e, poco o tanto, diventeranno differenti . Per suggerire un esempio, incoraggio a non sostenere la conservazione in purezza del fagiolo Zolfino del Pratomagno, ma la costituzione, nel Pratomagno, di miscugli e popolazioni locali di fagioli, tra i quali (restando puro o anche ibridandosi, questo lo decida il Cielo) certo non mancherà lo Zolfino. E incoraggio chi possa farlo a non piantare patate, ma a seminarne i semi, a conservare tutti i tuberi che essi genereranno e che la terra e il clima del suo luogo gli permetteranno di conservare e a moltiplicarli, fino a fare una popolazione di molte forme e colori, locale per intima definizione e certamente originale, uguale a nessun altra.

L’agricoltura contadina, ancora straordinariamente diffusa in Italia, è quella più vicina al lavoro delle persone e alla cultura delle comunità, ai bisogni più elementari e a un’economia ciclica, praticata per professione o passione o necessità da chi mangia i propri prodotti perché produce prima di tutto per sé e la propria famiglia e poi anche per vendere; quella che coltiva prodotti, non contributi; quella che mantiene in vita sementi, esperienze, varietà, popolazioni. Un’agricoltura di basso o nessun impatto ambientale, fondata sulla tradizione familiare o su una scelta di vita legata a valori di benessere o ecologia o giustizia o solidarietà più che a fini di arricchimento e profitto; un’agricoltura irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra (soprattutto in montagna e nelle zone economicamente marginali), per mantenere ricca la diversità di paesaggi, piante e animali, per mantenere vivi i saperi, le tecniche e i prodotti locali, per mantenere popolate le campagne e la montagna. [13]

Bibliografia

Autori vari, Per la terra, a cura di G. Moretti, Ellin Selae, Murazzano (Cuneo) 2007.

Autori vari, I semi e la terra, Altreconomia, Milano 2013.

Etain Addey, Una gioia silenziosa, Ellin Selae, Murazzano (Cuneo) 2003.

Massimo Angelini, Varietà tradizionali, prodotti locale: parole ed esperienze, L’Ecologist Italiano, 3, Firenze 2005: 230-274; Scambio dei semi e diritto originario, in Autori vari, La società dei beni comuni, a cura di P. Cacciari, Ediesse, Roma 2010: 103-109.

Davide Ciccarese, I semi e la terra: Manifesto per l’agricoltura contadina, Altreconomia, Milano 2013.

Pavel A. Florenskij, La venerazione del nome come presupposto filosofico (Imeslavie kak filosofskaja predposylka, 1922), in Il valore magico della parola, a cura di G. Lingua, Medusa, Milano 2003.

Fabrice Hadjadj, La tradizione è più moderna della modernità, L’Osservatore Romano, 4 marzo 2011.

Wes Jackson, Becoming native of this place, The Schumacher Society, New Haven 1994.

Freya Mathews, Riabitare la realtà. Verso un recupero della cultura (Reinhabiting reality. Towards a recovery of culture, 2005), a cura di E. Addey, Fiori Gialli, Roma 2012.


Introduzione a Ciccarese 2013: 5-16, con il titolo “Semi di cultura”.

[1]      Proprio perché sono “tramandate”, le chiamiamo “tradizionali”.
[2]      Sull’idea di “eresia” come espressione dell’allontanamento dal sentire comune a tutti gli uomini, Florenskij 2003 (192*): 22.
[3]      Hadjadj 2011: 5.
[4]      Sul tema, in rapporto alle titolarità comunitarie sul loro uso e sulla loro qualità di “bene comune”, vedi Angelini 2010. Sulla nozione di “varieta” in rapporto alle caratteristiche di località e tipicità, vedi Angelini 2005.
[5]      L’epigenetica è una branca giovane della genetica, che studia come le influenze ambientali e le condizioni di vita di un organismo vadano a incidere sul suo codice genetico e a modificarlo.
[6]      Il riduzionismo che trasforma il patrimonio di varietà e popolazioni in “risorse genetiche” è dello stesso segno di quello che riduce le storie delle persone a “casi di studio” e le comunità a “laboratori di antropologia”.
[7]      Può essere utile rimarcare che i termini “locale” e tradizionale” non sono immediatamente sovrapponibili: una varietà da poco introdotta in un luogo può acquisire particolari caratteri di forma e comportamento senza per questo essere stata tramandata, ovvero essere stata oggetto di tradizione. Al contrario ci sono varietà tradizionali diffuse su areali molto ampi, di estensione regionale o nazionale, senza apprezzabili differenze da un luogo all’altro, che sarebbe improprio definire “locali”.
[8]      Angelini 2010.
[9]   Il Bugiardino. Lunario agricolo della Liguria, 4a ed., Grafica Piemme, Chiavari 2010: pagina 35. L’argomentazione sul rapporto tra prodotti locali e cibo locale continua a pagina 77: Per la nostra autonomia e per quella delle nostre comunità, per avere più consapevolezza di ciò che mangiamo, e quindi di una parte importante della nostra vita, per rispetto di noi stessi e dell’ambiente che ci circonda, per costruire una buona armonia tra l’ambiente che ci circonda (e il suo clima) e le nostre necessità di nutrirci e mantenerci in buona salute, è bene che il nostro cibo e le nostre bevande siano prevalentemente basate su prodotti, esperienze e – per quanto sia ragionevolmente possibile – su risorse (acqua e fonti di calore) e utensili del luogo dove viviamo e dei suoi dintorni. Così l’alimentazione di chi vive nelle valli interne è giusto ed è semplice che sia diversa da quella di chi vive sul mare, in montagna o in pianura perché diversi sono i prodotti che la terra offre in un luogo piuttosto che in un altro, e l’alimentazione è diversa di luogo in luogo, di clima in clima, di quota in quota. E se un luogo (e le terre che lo circondano) non dà sufficiente varietà di prodotti per avere un’alimentazione sana e nutriente … forse quel luogo non è adatto per viverci.
[10]    Diventare nativi del luogo dove si vive è il cuore della pratica bioregionale. Sui temi della letteratura bioregionale: Jackson, 1994; Mathews, 2005. In italiano: Addey, 2003; Autori vari, 2007; la rivista semestrale del Sentiero Bioregionale, Lato Selvatico (www.sentierobioregionale.org).
[11]    Le “cultivar” sono varietà ottenute per selezione, incrocio, mutazione, contraddistinte da caratteristiche sufficienti di distinguibilità, uniformità, stabilità. Sono considerate così le varietà commerciali iscritte nei registri varietali.
[12]    “Razza” è la categoria di classificazione che tra gli animali corrisponde alla “specie” nei vegetali.
[13]    Questo paragrafo è tratto dal testo che accompagna la Campagna per l’Agricoltura Contadina per sciogliere dai lacci dellìeccessiva burocrazia e dalle regole igieniche e sanitarie astratte i piccoli agricoltori che lavorano direttamente in aziende di dimensione familiare e producono per l’autocosumo e la vendita diretta senza intermediari (www.agricolturacontadina.org). 

 

 

 

 

Massimo Angelini

 

 

 

SEMI DI CULTURA

 

 

 

Le “varietà tradizionali” sono un patrimonio delle comunità rurali. Hanno preso la loro forma provvisoria nel tempo delle generazioni, durante il quale sono state selezionate, addomesticate, conservate, tramandate[1] e continuamente si sono adattate. E adattandosi, poco o tanto, sono mutate senza interruzione: in armonia con i cambiamenti di terra e clima del luogo dove anno dopo anno sono state riprodotte, in armonia con le innovazioni introdotte dalle comunità locali con lentezza e nel solco della continuità.

L’accostamento delle parole, “tramandate” e “mutate”, ricorda che la tradizione e il mutamento stanno bene insieme: l’una senza l’altra non possono stare senza dare vita a eccessi e distorsioni. Il cambiamento che non conosce la continuità genera innovazioni senza radici, senza contesto, senza un tempo necessario e sufficiente perché la comunità possa accoglierle, apprenderne un uso misurato e sapiente, dialogare con loro e farne bene comune. Genera innovazioni isolate e distanti come un’eresia dalla conoscenza acquisita dalla gente, nel tempo condivisa e, come una sola voce, fatta senso comune;[2] innovazioni che, trascurando la continuità, non onorano le innumerevoli persone che ci hanno preceduto, delle quali non resta neppure il nome, ma che, insieme, hanno depurato, tenuto vivo e consegnato ciò che, invece, così è negato. D’altra parte, la tradizione senza lento cambiamento, quando non arriva a fissarsi in un canone confermato dal consenso comune, convalidato dal tempo e continuamente commentato, è solo ripetizione senza vitalità, cosa buona per i musei o per la nostalgia, caricatura del passato, parodia della vita; ripetizione che alle innumerevoli persone che ci seguiranno non affida un lascito da tesoreggiare ma un guscio sterile.

 

La tradizione non è conservatorismo né fascinazione del passato storico – osserva in tutt’altro contesto, ma in armonia con la nostra osservazione, lo scrittore e filosofo Fabrice Hadjadj, e prosegue – … niente è più lontano dalla tradizione di un museo folcloristico. La verità è che la tradizione non consiste in una semplice trasmissione del sapere: è la trasmissione di un saper vivere. – Arrivando così a concludere che – … il tradizionalismo si contrappone alla tradizione perché uccide l’organismo vivente per divenire un adepto del fossile.[3]

 

Il percorso che accompagna la vita delle varietà agricole, dalla selezione alla tradizione lungo un continuo adattamento, ci ricorda che esse, così come le conosciamo nell’esperienza comune, in natura non esistono: in natura esistono le specie e le loro forme spontanee, gli ecotipi, forme delle specie declinate su condizioni locali di clima e terreno; ma non le varietà che sono anche il risultato di un’attività umana, spesso comunitaria (se non altro per il lungo tempo necessario alla loro “costituzione”). Dunque, le varietà potrebbero essere paragonate a un manufatto; comunque sono un lascito, un’eredità, un patrimonio comunitario per definizione. Definirle “risorse genetiche” è espressione di fragile consapevolezza o imbarazzante forma di riduttivismo, come sarebbe se si definisse un mobile come un aggregato di molecole, un dipinto come una somma di pennellate, o una persona come un campionario di automatismi fisiologici e di tic culturali.

Le varietà, come gli ecotipi, sono il prodotto di un incontro, nel tempo, tra una specie, un terreno e un clima, ma, ben più degli ecotipi, sono anche il prodotto dell’incontro con una cultura, in un luogo e in un ambito comunitario.[4] In questo senso, le varietà tradizionali, quando sono tramandate e adattate in un luogo, sono “varietà locali”, caratterizzate in modo originale e comunque dinamico sia nella loro modalità epigenetica,[5] quella che agisce sulla continua ridefinizione del codice genetico, sia nei loro aspetti fenotipici, quelli esteriori legati alla forma e al comportamento.

La visibilità della varietà agricole conservate e tramandate dai coltivatori, è diventata più nitida da quando, sull’onda dell’attenzione ecologica, si sono imposti i concetti di diversità e patrimonio rurale, concetti tradotti in espressioni efficaci, anche se non sempre felici: penso, per esempio, a biodiversità, o a risorse genetiche, espressione di sapore strumentale e riduzionistico come ogni espressione che traduce in “risorsa” l’ambiente (r. naturali), le persone (r. umane), e più in generale cosa vive, come se fossero beni, macchine o capitali.[6]

In questi anni poi, intorno alle varietà considerate locali o tradizionali[7] ha preso corpo una particolare retorica, di matrice “urbana”, che nulla ha a che fare con il mondo rurale, dentro la quale si vuole che siano tali – locali, tradizionali, ma non è raro sentirle chiamare in modo evocativo “antiche” o “contadine” – solo se sono “autoctone” ed estranee a incroci che possano pregiudicarne la purezza.

Su questi aspetti, autoctonia e purezza, desidero proporre alcune considerazioni.

 

L’“autoctonia” (potremmo dire l’“originarietà”) di un ecotipo o di una varietà non deve essere confusa con quella della specie alla quale quell’ecotipo o quella varietà appartengono. La maggior parte delle specie che animano la storia agraria di un luogo, ne popolano i campi e ne imbandiscono le tavole, quasi mai è originaria di quel luogo. Le patate provengono da alcune regioni dell’area andina e arrivano in Europa nel tardo XVI secolo, per entrare stabilmente in cucina solo due secoli più tardi, pressappoco insieme con il topinambur e poco dopo il mais che, insieme con i fagioli, arriva dalle regioni mesoamericane. Il frumento è originario della Mezzaluna fertile; l’ulivo e il castagno, provenienti dal Mediterraneo orientale, e il riso, dall’estremo Oriente, iniziano a essere coltivati sulle nostre terre solo nel corso del Medioevo. Così potremmo dire di numerose altre piante alimentari fino ad arrivare in prossimità dei nostri giorni quando, ancora dall’Oriente, in Europa sono giunti il cachi e il kiwi. Le persone hanno viaggiato, commerciato e scambiato semi, ininterrottamente, nei brevi e nei grandi spazi, su scala internazionale e su scala locale: così è ancora oggi. Alcuni cereali, fruttiferi, leguminose e solanacee, giunti tra il Medioevo e la prima età moderna, da noi si sono acclimatati in modo ottimale, esprimendosi in uno straordinario paniere di varietà selezionate, addomesticate e tramandate qui e, come qui, in nessun’altra parte del mondo.

Il punto è questo: anche se le specie provengono da regioni lontane, le varietà che ne derivano hanno la propria origine qui dove sono state riprodotte e dove hanno acquisito caratteri di forma e comportamento particolari, talvolta modificando la matrice originaria in misura sensibile e profonda. E, nell’acquisizione di caratteri di forma e comportamento particolari, legati ai luoghi e ai saperi delle comunità che li abitano, queste varietà (non le specie) sono divenute native di quei luoghi e proprie (anche da un punto di vista giuridico) di quelle comunità.[8] Dunque locali.

Si potrebbe osservare che «tutte le specie alimentari che riescono a crescere sane in un luogo possono essere adatte per l’alimentazione di chi ci vive, e se alcune di quelle specie danno seme e il quel luogo sono riprodotte, allora, che riprodotte lo siano da 10 o 1000 anni, sono da considerare varietà locali».[9] E così siamo noi quando abitiamo in un luogo, dove produciamo e riproduciamo la nostra vita e la nostra famiglia, in armonia con le risorse e i saperi locali, e di quel luogo – che ne siamo o no “originarii”, che ci siamo o non ci siamo nati – sempre più, anno dopo anno, diventiamo nativi.[10]

Quella della purezza delle varietà è dunque un’esigenza estranea al mondo contadino. Distinguibilità, uniformità, stabilità e purezza caratterizzano invece le varietà commerciali, le cultivar,[11] sono requisiti previsti per l’iscrizione ai registri varietali, sono coordinate buone per i parametri ufficiali, definiscono i limiti per la commercializzazione delle sementi, sono caratteri conformi alla loro brevettazione e allo sfruttamento dei benefici commerciali legati al loro uso. Cosa hanno a che fare con i campi dei contadini nei quali, dove più dove meno secondo le caratteristiche di fertilità delle specie, le varietà si incrociano liberamente dando vita a mescolanze e popolazioni? Vere e proprie popolazioni, come siamo noi, donne e uomini, che apparteniamo alla stessa razza umana,[12] ma siamo diversi, anche profondamente diversi, l’una dall’altro.

L’agricoltura industriale conosce campionari e cataloghi di cultivar, ibridi “sterili”, cloni, organismi modificati per manipolazione genetica o mutazione indotta; il mondo contadino, invece, conosce gli ecotipi (per la raccolta frugale) e varietà e popolazioni (per l’agricoltura), con tutto l’arcobaleno della diversità di caratteri e aspetti che queste possono esprimere e tramandare. Alla massima espressione di diversità colturale e, all’interno di ciascuna coltura, di diversità genetica e fenotipica alla quale conduce l’agricoltura contadina, corrisponde la massima restrizione colturale, genetica e fenotipica di quella industriale, fino all’estremo di mortificazione della diversità nella pratica monocolturale e monovarietale.

Ma le monocolture non appartengono al mondo contadino. Buon senso e prudenza vogliono che sulla terra non si semini mai una specie sola (il mais, il melo, la vite …) per non legarsi a un solo mercato o a un solo mercante, né vogliono che si semini di ciascuna specie una sola varietà (il mais Marano, la mela Renetta, il vitigno Dolcetto …) ché se questa si ammalasse o non desse raccolto si perderebbe tutta l’annata. Così è successo nel 1845 in Irlanda, dove si piantavano prevalentemente patate e prevalentemente di varietà Lumper, quando un attacco di peronospora, alla quale la varietà era particolarmente sensibile, portò alla distruzione dell’intera coltura su tutta l’isola, e così alla carestia e alla morte di un milione di persone e all’emigrazione coatta di altrettante.

La monocoltura è figlia dell’agricoltura intensiva e industrializzata, quella che prima dei prodotti coltiva profitti e contributi e produce erosione della terra e della diversità. Neppure i prodotti monovarietali appartengono all’esperienza del mondo contadino. Qui il vino, per buon senso e prudenza, è fatto combinando le uve che si hanno, l’olio con le olive che si hanno, la farina con i grani che si hanno, i formaggi con il latte che gli animali danno in quel momento. Ed è così che il vino, fatto con le diverse uve e le particolari conoscenze di un luogo è davvero il vino di quel momento, di quel luogo e di nessun altro. E lo stesso vale per l’olio, la pasta, i formaggi e cos’altro si voglia considerare. Invece le mode di questo tempo cercano di imporre, in nome del prodotto monovarietale, artifici che prima non si conoscevano e che per i contadini sono la negazione del buon senso e della prudenza, ed è così che si ottengono gli oli di un’unica cultivar (pura oliva Taggiasca …), i formaggi di un’unica razza (pura vacca Reggiana …), le paste di una sola varietà (puro frumento Senatore Cappelli …), i vini di un solo vitigno (pura uva Sangiovese …). Intanto è sempre più difficile trovare un vino da tavola sincero, fatto con le diverse uve e i saperi di un luogo.

Monoculture e monocolture appartengono al tempo del pensiero unico, quello che ammette una sola espressione di fede, una sola politica, una sola economia, un solo progresso. Così anche la purezza dei prodotti monovarietali odora di artificiosità e moda, di intransigenza e fanatismo, e pure di svalutazione della diversità, della pluralità e della contaminazione che in agricoltura sono elementi di ricchezza e in natura garanzia di sopravvivenza. Per cosa riguarda le varietà, l’ossessione sul loro mantenimento in purezza e sul rischio dell’ibridazione incrociata risponde a esigenze commerciali, legate all’uniformità delle tecnologie colturali, di raccolta, confezione, distribuzione e vendita, a esigenze di ricerca, selezione e sviluppo di nuove cultivar, ma risponde anche al disorientamento identitario e ai desideri di conservazione e purezza iscritti negli immaginari della nostalgia e sollecitati da un approccio letterario, astratto, alla natura delle cose.

Ma quale problema esiste se il mio mais, le mie zucche, i miei legumi si incrociano con con quelli del vicino? Forse ne potrebbe diminuire la produttività, ma potrebbe anche aumentare; forse ne potrebbe peggiorare la “qualità”, ma potrebbe anche migliorare; è probabile che aumenti la base genetica; è improbabile che si riduca la fertilità (normalmente la sterilità segue l’incrocio tra specie, non tra individui della stessa specie); è certo che le piante ottenute vadano nella direzione della popolazione piuttosto che verso quella del clone, ed è certo che queste piante, se attraverso l’incrocio e la selezione spontanea dettata dal luogo guadagnano in adattamento e resistenza, siano ancora più legate, e in modo originale, al luogo dove crescono e possono riprodursi.

Certamente si guadagna in diversità. E la diversità e il gusto per la mescolanza e per la popolazione, come risonanza nella cultura e nella sensibilità, vaccinano contro le derive che possono nascere sotto il segno dell’intolleranza, dell’esclusione e dell’eugenetica.

Le ansie per la purezza varietale tradiscono un approccio astratto, una volontà pianificatrice, un ecologismo tecnocratico, una bonaria propensione alla separazione e al rigetto di cosa non è abbastanza puro da compensare il disorientamento morale, estetico e ontologico che intesse la filigrana della modernità. Le ansie per la purezza varietale tradiscono il misconoscimento e la negazione delle armonie e dei movimenti che spontaneamente e con sapienza animano la natura e ne sono rivelazione. Le ansie per la purezza varietale e l’ecologismo astratto e ideologico che se ne compiace trovano, sotto la specie della sociologia e della politica, una sensibile equivalenza nei programmi discriminatori che lo scorso secolo in forma estrema hanno accompagnato gli orrori dei totalitarismi e i programmi di “pulizia etnica, e in forma silente hanno alimentato, qui in Italia, il torpore e l’incultura della stagione leghista.

     Poi aggiungerei ancora che gli incroci spesso fanno guadagnare in “bellezza” e “salute”: e questa è un’esperienza che, uscendo dall’ambito delle varietà agricole, tra la gente si conosce bene attraverso gli effetti, a volte infelici, di una monogamia (biologica, ma anche culturale) troppo stretta.

Sia chiaro: non propongo di importare senza criterio varietà da ogni luogo, a scapito di quelle del proprio luogo, ma di non temere il rischio di incroci e mutazioni: nel tempo le varietà mutano. Quel fagiolo, quella rapa, quel frumento che tanto gelosamente stiamo conservando in un luogo, 30, 60, 90 anni fa erano differenti, anche solo per scostamenti minimi. E propongo di non essere gelosi delle proprie varietà: messe altrove, nel tempo, si adatteranno e, poco o tanto, diventeranno differenti . Per suggerire un esempio, incoraggio a non sostenere la conservazione in purezza del fagiolo Zolfino del Pratomagno, ma la costituzione, nel Pratomagno, di miscugli e popolazioni locali di fagioli, tra i quali (restando puro o anche ibridandosi, questo lo decida il Cielo) certo non mancherà lo Zolfino. E incoraggio chi possa farlo a non piantare patate, ma a seminarne i semi, a conservare tutti i tuberi che essi genereranno e che la terra e il clima del suo luogo gli permetteranno di conservare e a moltiplicarli, fino a fare una popolazione di molte forme e colori, locale per intima definizione e certamente originale, uguale a nessun altra.

     L’agricoltura contadina, ancora straordinariamente diffusa in Italia, è quella più vicina al lavoro delle persone e alla cultura delle comunità, ai bisogni più elementari e a un’economia ciclica, praticata per professione o passione o necessità da chi mangia i propri prodotti perché produce prima di tutto per sé e la propria famiglia e poi anche per vendere; quella che coltiva prodotti, non contributi; quella che mantiene in vita sementi, esperienze, varietà, popolazioni. Un’agricoltura di basso o nessun impatto ambientale, fondata sulla tradizione familiare o su una scelta di vita legata a valori di benessere o ecologia o giustizia o solidarietà più che a fini di arricchimento e profitto; un’agricoltura irrinunciabile per mantenere fertile e curata la terra (soprattutto in montagna e nelle zone economicamente marginali), per mantenere ricca la diversità di paesaggi, piante e animali, per mantenere vivi i saperi, le tecniche e i prodotti locali, per mantenere popolate le campagne e la montagna.[13]


Bibliografia

 

Autori vari, Per la terra, a cura di G. Moretti, Ellin Selae, Murazzano (Cuneo) 2007.

Autori vari, I semi e la terra, Altreconomia, Milano 2013.

Etain Addey, Una gioia silenziosa, Ellin Selae, Murazzano (Cuneo) 2003.

Massimo Angelini, Varietà tradizionali, prodotti locale: parole ed esperienze, L’Ecologist Italiano, 3, Firenze 2005: 230-274;Scambio dei semi e diritto originario, in Autori vari, La società dei beni comuni, a cura di P. Cacciari, Ediesse, Roma 2010: 103-109.

Davide Ciccarese, I semi e la terra: Manifesto per l’agricoltura contadina, Altreconomia, Milano 2013.

Pavel A. Florenskij, La venerazione del nome come presupposto filosofico (Imeslavie kak filosofskaja predposylka, 1922), in Il valore magico della parola, a cura di G. Lingua, Medusa, Milano 2003.

Fabrice Hadjadj, La tradizione è più moderna della modernità, L’Osservatore Romano, 4 marzo 2011.

Wes Jackson, Becoming native of this place, The Schumacher Society, New Haven 1994.

Freya Mathews, Riabitare la realtà. Verso un recupero della cultura (Reinhabiting reality. Towards a recovery of culture, 2005), a cura di E. Addey, Fiori Gialli, Roma 2012.

 

 

 


 

Introduzione a Ciccarese 2013: 5-16.

 

[1]      Proprio perché sono “tramandate”, le chiamiamo“tradizionali”.

[2]      Sull’idea di “eresia” come espressione dell’allontanamento dal sentire comune a tutti gli uomini, Florenskij 2003 (192*): 22.

[3]      Hadjadj 2011: 5.

[4]      Sul tema, in rapporto alle titolarità comunitarie sul loro uso e sulla loro qualità di “bene comune”, vedi Angelini 2010. Sulla nozione di “varieta” in rapporto alle caratteristiche di località e tipicità, vedi Angelini 2005.

[5]      L’epigenetica è una branca giovane della genetica, che studia come le influenze ambientali e le condizioni di vita di un organismo vadano a incidere sul suo codice genetico e a modificarlo.

[6]      Il riduzionismo che trasforma il patrimonio di varietà e popolazioni in “risorse genetiche” è dello stesso segno di quello che riduce le storie delle persone a “casi di studio” e le comunità a “laboratori di antropologia”.

[7]      Può essere utile rimarcare che i termini “locale” e tradizionale” non sono immediatamente sovrapponibili: una varietà da poco introdotta in un luogo può acquisire particolari caratteri di forma e comportamento senza per questo essere stata tramandata, ovvero essere stata oggetto di tradizione. Al contrario ci sono varietà tradizionali diffuse su areali molto ampi, di estensione regionale o nazionale, senza apprezzabili differenze da un luogo all’altro, che sarebbe improprio definire “locali”.

[8]      Angelini 2010.

[9]      Il Bugiardino. Lunario agricolo della Liguria, 4a ed., Grafica Piemme, Chiavari 2010: pagina 35. L’argomentazione sul rapporto tra prodotti locali e cibo locale continua a pagina 77: Per la nostra autonomia e per quella delle nostre comunità, per avere più consapevolezza di ciò che mangiamo, e quindi di una parte importante della nostra vita, per rispetto di noi stessi e dell’ambiente che ci circonda, per costruire una buona armonia tra l’ambiente che ci circonda (e il suo clima) e le nostre necessità di nutrirci e mantenerci in buona salute, è bene che il nostro cibo e le nostre bevande siano prevalentemente basate su prodotti, esperienze e – per quanto sia ragionevolmente possibile – su risorse (acqua e fonti di calore) e utensili del luogo dove viviamo e dei suoi dintorni. Così l’alimentazione di chi vive nelle valli interne è giusto ed è semplice che sia diversa da quella di chi vive sul mare, in montagna o in pianura perché diversi sono i prodotti che la terra offre in un luogo piuttosto che in un altro, e l’alimentazione è diversa di luogo in luogo, di clima in clima, di quota in quota. E se un luogo (e le terre che lo circondano) non dà sufficiente varietà di prodotti per avere un’alimentazione sana e nutriente … forse quel luogo non è adatto per viverci.

[10]    Diventare nativi del luogo dove si vive è il cuore della pratica bioregionale. Sui temi della letteratura bioregionale: Jackson, 1994; Mathews, 2005. In italiano: Addey, 2003; Autori vari, 2007; la rivista semestrale del Sentiero Bioregionale, Lato Selvatico (www.sentierobioregionale.org).

[11]    Le “cultivar” sono varietà ottenute per selezione, incrocio, mutazione, contraddistinte da caratteristiche sufficienti di distinguibilità, uniformità, stabilità. Sono considerate così le varietà commerciali iscritte nei registri varietali.

[12]    “Razza” è la categoria di classificazione che tra gli animali corrisponde alla “specie” nei vegetali.

[13]    Questo paragrafo è tratto dal testo che accompagna la Campagna per l’Agricoltura Contadina per sciogliere dai lacci dellìeccessiva burocrazia e dalle regole igieniche e sanitarie astratte i piccoli agricoltori che lavorano direttamente in aziende di dimensione familiare e producono per l’autocosumo e la vendita diretta senza intermediari(www.agricolturacontadina.org). 

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