2011 Il sole, la terra e il ritorno all’evidenza

Massimo Angelini

IL SOLE, LA TERRA E IL RITORNO ALL’EVIDENZA

La coscienza comune a tutti gli uomini mi conferma che appare ciò che è nella realtà; la maggior parte dei rappresentanti della filosofia e della scienza cercano con ogni sforzo di smascherare questo “appare” come concetto vuoto e ingannevole: sembra ciò che non è. Per me non è assolutamente indifferente il fatto di pensare e sentire con il genere umano oppure con chi è incline alla negazione, vale a dire all’eresia, di ciò che è comune a tutti gli uomini, al pensiero di cerchie isolate, di circoli e di singoli.
Pavel A. Florenskij [1]

… e neppure per me è indifferente il fatto di pensare e sentire con il genere umano o, invece, con chi è incline alla negazione di ciò che è comune a tutti gli uomini, e con il pensare e il sentire di cerchie isolate e di chi insegue l’originalità e la distinzione a tutti i costi.

Le esperienze comuni a tutti contribuiscono a comporre un patrimonio di sensibilità e conoscenze condivise: intorno a queste è facile riconoscersi e comunicare e sentirsi vicini e partecipi della medesima umanità. E da queste esperienze nasce tanta parte del senso comune che si forma nel tempo e che nel corso del tempo si consolida mentre si ridefinisce, corretto e confermato, generazione dopo generazione, per essere tramandato e ripetuto come un canone. [2] Anche solo per questo, gli uomini non passano invano e, dentro e oltre il fluire del tempo, restano compresenti.
Sulle esperienze si fonda grande parte del sapere della gente, prima e al di qua di ogni grado di istruzione, ed è un sapere che nasce da un rapporto con il mondo diretto e quotidiano, manuale, sensoriale, emozionale, e che parla il linguaggio dell’evidenza: quello che tutte le persone possono facilmente condividere; è un sapere che si forma nel tempo ed è unito, in modo organico e non separabile, a un luogo e a una comunità, e non genera caste quando tutti possono esserne testimoni e titolari.
Negare il sapere della gente, quello fondato sulle esperienze, legato ai sensi, alle emozioni e agli affetti, e agire come se il solo sapere degno di essere comunicato, insegnato e trasmesso fosse quello dei laboratori, delle aule scolastiche, delle conventicole e degli studi professionali, nega la reciprocità e il rispetto tra le persone, mina le fondamenta del bene comune e –  qualcuno potrebbe aggiungere – atténta alla democrazia.
Ed è cosa che allo stesso modo si potrebbe dire quando la conoscenza che riguarda tutti è appropriata da pochi e resa non comprensibile ai più: come pensare che anche questo non abbia conseguenze sulla gestione condivisa del bene comune e sullo stato di salute della democrazia? [3]
La delega agli esperti e ai professionisti delle conoscenze che toccano tutti – penso a curare e a curarsi, riprodursi e preparare il cibo, nascere, costruire un riparo per sé e la famiglia, allevare i figli, istruire e istruirsi, coltivare il rapporto con il profondo di sé e con l’invisibile, morire, cantare – è scritta nella sceneggiatura di questo tempo e progressivamente continua a diffondersi, anche se quelle conoscenze riguardano saperi innati, o appresi per familiarità, attraverso la consuetudine, o consegnati nello scorrere della tradizione. L’abitudine alla delega rende inesperti a vivere e ci fa bisognosi; a poco a poco trasforma la vita in una sequenza di procedure, nell’esecuzione di un manuale di buone pratiche.
Negare l’esperienza e le conoscenze che derivano dalle mani, dai sensi e dalle emozioni, quelle comuni a tutti, in fondo è negare che ognuno possa essere generatore e portatore di sapere, e questo legittima la formazione e la persistenza di gerarchie di competenze e di potere, ostacola la convivialità e, aggiungerei ancora, contribuisce alla dissociazione da se stessi e dal mondo, cioè aiuta a fare crescere follia e deserto.
La scarsa considerazione verso l’esperienza e il senso dell’evidenza come fonti del sapere viene da lontano. Nel periodo di oscuramento della scienza empirica da parte della scienza sperimentale, nel passaggio dal cosmo di Dante a quello di d’Holbach e Laplace, [4] la vita è diventata meccanica, il cielo solido e impenetrabile, ogni cosa si è ridotta alla somma delle sue componenti, e il sapere a una somma di specialità, fino a smarrire la visione d’insieme delle cose e il senso della sintesi.
Perché un fenomeno possa essere riconosciuto è divenuto necessario che sia ripetibile e non abbia subito influenze esterne. E questa, se ci pensiamo, è una bizzarria, perché la vita muta continuamente e ogni cosa vive nella contaminazione, nella degenerazione, nel rinnovamento e sente l’influenza di cosa la circonda. Eppure quella che nasce dalla ripetizione asettica è diventata la vera conoscenza, quella scientifica: è da questa che si ricavano leggi generali, così sottovalutando che la vita è particolare e irripetibile. E intanto sono cambiati gli strumenti adatti per osservare e raccontare un mondo fatto di particelle estranee alla nostra comune esperienza. Se la fonte per conoscere il mondo non è più il “mesoscopio” dei nostri occhi, ma il microscopio elettronico o il radiotelescopio, cosa può succedere? Succede che i nostri occhi non bastano più, non sono sufficienti per conoscere il mondo che ci circonda, e che questa conoscenza è riservata a chi usa e sa interpretare anche per noi quegli strumenti. Ma il microscopio o il telescopio quale mondo ci fanno vedere? Attraverso questi strumenti, saprei riconoscere mio figlio o mio padre? Saprei riconoscermi allo specchio? Saprei innamorarmi?

Così, oggi a scuola s’impara che il sole sta al centro del suo sistema e che la Terra e gli altri pianeti gli girano intorno lungo orbite ellittiche; e s’impara che la Terra gira intorno al proprio asse in un giorno e una notte e compie l’orbita intorno al sole in un anno: questo e molto altro è cosa abbiamo imparato ad accettare e conosciamo da circa 400 anni, dopo che sono state accolte le critiche al modello di Tolomeo (che al centro dell’universo poneva la Terra) proposte nel passaggio tra i secoli XVI e XVII da Copernico, Keplero e Galileo. Il nuovo modello funziona, fonda l’astronomia di oggi, spiega ogni fenomeno e nessuno ha dubbi.
Tuttavia, se per un attimo mettiamo da parte le buone ragioni che la scienza sperimentale ci ha dettato e quanto s’impara a scuola, e se proviamo a guardare il cielo da un altro punto di vista – dal punto di vista suggerito dai nostri occhi – così come lo guarderebbe un bambino, possiamo vedere un mondo diverso da quello che ci viene insegnato e pensiamo di conoscere.
Guardiamo solo con gli occhi, senza la lente deformante dei pregiudizi o delle nozioni astratte: e osserviamo che la Terra pare ferma, immobile nello spazio che la circonda, nulla ci parla del suo movimento, o forse sì, ma non immediatamente; vediamo la luna e il sole che ogni giorno le girano intorno, da oriente a occidente; vediamo i pianeti che si muovono di un moto regolare anche se a prima vista sembra erratico; vediamo una stella che pare fissa, la stella Polare, anche se l’osservazione di molte generazioni racconta che si muove di un moto lentissimo, e vediamo la volta celeste che le ruota intorno in senso antiorario. Vediamo che il sole percorre un giro completo intorno alla Terra nel tempo di un giorno e una notte; il ritmo regolare del suo movimento nel cielo descrive un arco diurno che di giorno in giorno cambia progressivamente: quanto più la traiettoria del sole si abbassa nel cielo e si avvicina all’orizzonte, tanto più diminuisce il tempo fra l’alba e il tramonto, fino a quando diventa brevissimo, cessa di diminuire – è il giorno del Solstizio d’inverno – e torna a crescere; poi, quanto più la traiettoria del sole si allontana dall’orizzonte e si alza nel cielo, tanto più aumenta il tempo diurno fra l’alba e il tramonto, fino a quando diventa lunghissimo, cessa di aumentare – è il giorno del Solstizio di estate – e  torna a diminuire. E da quando la traiettoria del sole si è trovata nella posizione più bassa o più alta sull’orizzonte a quando ritornerà nella stessa posizione, passa un anno. Ecco, noi con i nostri occhi vediamo semplicemente questo: la nostra vita passa attraverso l’altalena del giorno e della notte, e segue la corsa delle stagioni nel cerchio dell’anno; percepiamo la Terra ferma e vediamo il sole che le gira intorno. E se fosse davvero così?
Detta così, l’affermazione potrebbe anche sembrare uno scherzo, una provocazione o un’espressione di follia. Ma –  pensiamoci su, per davvero –in assenza di punti di riferimento fissi nell’universo, che sia il sole a girare intorno alla Terra o, come da quattrocento anni siamo educati a pensare, la Terra intorno al sole, quale differenza fa?
La differenza sta nel modello che spiega le geometrie del cielo e i suoi movimenti. Tutto qui.
In assenza di un punto fisso di riferimento, che al centro della giostra celeste si voglia pensare il sole, o la Terra, o la luna, o la stella Sirio, o il centro virtuale di un inizio primordiale dell’universo, tutto sommato può essere considerato equivalente, a patto di cambiare il calcolo delle posizioni dei corpi celesti, delle loro traiettorie e delle loro velocità. [5]
Dal proprio punto di vista, Galileo Galilei aveva ragione, ma anche il suo contemporaneo Tycho Brahe – che affermava la Terra immobile al centro dell’universo, con la luna e il sole che le girano intorno, e i pianeti che girano intorno al sole – dal proprio punto di vista, aveva ragione, e anche il suo modello, coerente con l’evidenza e i nostri sensi, può spiegare con grande precisione le meteore, le stagioni, le eclissi, il moto di stelle e pianeti e ogni fenomeno celeste.

Questo significa che è indifferente sostenere che la Terra gira intorno al sole o il che sole gira intorno alla Terra? Qualcuno potrebbe sostenere che un modello è superiore all’altro per ragioni matematiche oppure sostenere l’opinione contraria per ragioni teologiche; [6] ma forse si potrebbe anche osservare che l’adozione di un modello rispetto all’altro può comportare alcune conseguenze riguardo alla salute mentale di ciascuno e anche alla salute della democrazia. Perché?
I nostri occhi vedono il sole che ogni giorno gira intorno alla Terra: secondo la teoria che pone il sole al centro del suo sistema i nostri occhi ci ingannano, il nostro sguardo non basta a capire come funziona il mondo, questo vuole dire che ci servono attrezzature complicate ed esperti che ci aiutino a comprendere come veramente stanno le cose; vuole dire, dunque, che non possiamo fidarci di ciò che vediamo, ma dobbiamo delegare la nostra comprensione del mondo a chi ci spiega che i nostri sensi sono ingannevoli e apprendere che le cose non stanno come ci sembrano, ma come dice la scienza e rinunciare all’evidenza; noi vediamo una cosa, eppure si afferma che la verità sia tutt’altra: non sembra una buona strada per cominciare a diventare matti?
Se invece pensassimo la Terra al centro del movimento celeste, allora ecco che i nostri occhi direbbero la verità, e basterebbero per capire il mondo; potremmo avere fiducia nei nostri sensi; avremmo meno necessità di affidare la nostra capacità di conoscere il mondo a chi ci traduce cosa vediamo, spiegandoci che la verità è un’altra; i sacerdoti del sapere avrebbero un po’ meno potere; il semplice sguardo del più semplice tra gli uomini basterebbe a cogliere e capire ciò che è evidente a tutti, a cominciare dai bambini. Impareremmo a riprendere il gusto per le semplici evidenze e a delegare un po’ di meno la nostra arte di capire cosa è vero e cosa non lo è.
Questo ragionamento sulla centralità del Sole o della Terra è un esempio di cosa succede quando si nega l’esperienza in nome del pensiero astratto e si fonda la conoscenza della realtà su modelli matematici, per buona aggiunta affermando – come si ripete incessantemente nella storia del pensiero – che l’inganno è connaturato ai sensi e dunque l’apparenza è sempre e solo ingannevole, per giungere a dire che tra le essenze e i fenomeni non c’è contatto, che – in breve – quello che non permane non è, fino ad arrivare all’affermazione così cerebrale, così altezzosa, così frivola, che la realtà come noi la conosciamo non esiste e, a rigore, non è neppure “realtà”. Ma proviamoci, fuori dal “salotto”, a dire a qualcuno che non è abituato a costruire i pensieri su sé stessi e a giocare con le parole: “tu non esisti”, “la tua vita non esiste”, “la tua sofferenza non esiste”: come la prenderebbe?
Avrei la tentazione di osservare che i danni derivati dall’affermazione “la Terra gira intorno al sole” forse sono superiori ai benefici che a quell’affermazione sono seguiti. Del resto, prima di Keplero e Galileo l’astronomia era sufficientemente raffinata per spiegare agli uomini tutto quello di cui avevano bisogno per capire il cielo su di noi e le sue trasformazioni. La sua conoscenza coincideva con l’esperienza di ogni persona, i nostri occhi e il nostro buon senso rendevano tutti abbastanza esperti, e tutti potevano capire. Oggi invece il cielo è letto con gli strumenti dell’astrofisica, strumenti che sono a disposizione di pochi; e questi pochi comunicano ad altri pochi le loro scoperte, spesso con linguaggi gergali, complicati, e con ipotesi che si negano a vicenda. E quello che la gente comune sa sul cielo attraverso gli occhi e per esperienza diretta non vale più, è negato oppure è messo in ridicolo.
È preoccupante che si smarrisca la fiducia nei sensi e che l’evidenza sia sostituita da teorie che contraddicono l’esperienza comune a tutti. Qualcuno potrebbe dire che grazie all’astrofisica è stato possibile esplorare lo spazio, contornare la terra di satelliti e teorizzare l’esplosione che ha dato origine all’universo. Io dubito che l’esplorazione dello spazio, la sua militarizzazione e la pervasività delle comunicazioni satellitari abbiano reso il mondo migliore e le persone più felici. So, però, che conoscere le stelle più lontane e non conoscere il viso del mio vicino di casa è strano e in sé ha qualche cosa di insano.


Bibliografia

 

Massimo Angelini, 2010: La recizione degli spazi comuni della parola, «Anthropos e Iatria», XIV, 3, pp. 65-71,

Fernand Crombette, 1967: Galileo, aveva torto o ragione? [Galilée avait-il tort ou raison?], in http://digilander.libero.it/crombette/

Kitty Ferguson, 2002: Tycho & Kepler. 2003: L’uomo dal naso d’oro: Tycho Brahe e Giovanni Keplero: la strana coppia che rivoluzionò la scienza, ed. Longanesi (Milano).

Pavel A. Florenskij, 1920: 2003: La venerazione del nome, in P.A.F. Il valore magico della parola, cur. Graziano Lingua, ed. Medusa (Milano).

Giuseppe Lanza del Vasto, 1998: Principi e precetti del ritorno all’evidenza, ed. Gribaudi (Torino).

Antonio Livi, 2010: Metafisica e senso comune. Sullo statuto epistemologico della filosofia prima, ed. Leonardo da Vinci (Roma).

Robert Sungenis, Robert Bennett, 2004: Galileo was wrong. The Church was right, ed. Catholic Apologetics International (Dunmore, PA).


Il tema del “ritorno all’evidenza” (devo questa espressione a Lanza del Vasto, 1998) era già stato presentato, con altri toni e contenuti, in un seminario dedicato a Ivan Illich, intitolato “Politica senza il potere in una società conviviale: ripensando il vernacolare” (Scuola della Pace, Lucca, Palazzo Ducale, 10 marzo 2006). Dopo avere letto questo testo, c’è chi ha interpretato la difesa del sistema ipotizzato da Tyucho Brahe e la critica al modello copernicano-galileiano come una provocazione. Non è così.

[1]      Florenskij, 1920 / 2003: 22. Nell’edizione italiana, il termine obščečelovečeskoj è reso letteralmente con “omni-umano”: qui ho preferito sostituirlo con “comune a tutti gli uomini”.
[2]      Per un’ampia riflessione sul senso comune: Livi, 2010.
[3]      Vedi, Angelini, 2010.
[4]     Cito gli autori del Sistema della natura (1770) e dell’Esposizione del sistema del mondo (1796) per dare esempio e nome a un clima di saperi e sensibilità che ha trovato apice nell’Europa illuminista e ha aperto la strada alla moderna venerazione della scienza.
[5]    Queste considerazioni non devono essere confuse con quelle degli assertori del geocentrismo, che motivano le loro teorie su ragioni teologiche e in sostegno all’interpretazione letterale di alcuni passi della Bibbia. Su queste teorie: Crombette, 1967; Sungenis, Bennett, 2006.
[6]      Sulla vita di Tycho Brahe e per un’esposizione divulgativa della sua teoria: Ferguson, 2002.


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