Autoritratto

Mi piace pensarmi come un contadino del pensiero che zappa le parole e coltiva le idee. Abito in un piccolo paese di montagna a un’ora da Genova.
Sono cristiano e, benché segua il calendario liturgico secondo il rito cattolico, in coscienza appartengo alla Chiesa indivisa, quella nella quale le specificazioni di cattolico, ortodosso e protestante non avranno più importanza.
Con uguale autorità, i miei maestri, quelli che mi aiutano a vedere oltre la portata del mio sguardo, sono un pope ortodosso e un sacerdote gesuita.
Ho profondo rispetto per chiunque professi una fede, qualunque fede, con convinzione, con discrezione, senza denigrare, senza svalutare, senza irridere quella degli altri, né chi o cosa la rappresenti.
Detesto le volgarità e l’uso osceno della parola, l’insulto, il pettegolezzo, i doppisensi, la denigrazione, la discriminazione di chi è intollerante e, ancora di più, di chi è tollerante e se ne compiace. E detesto i moralisti, i farisei ossessionati dalla purezza e dai divieti, quelli che affliggono gli altri con la loro coerenza e con le regole, ma anche i tristi e gli arrabbiati che predicano mondi nuovi, i bacchettoni che amano puntualizzare, i rigidi che sparlano di amore, e chi perverte le idee in ideologie e le considera più importanti e reali delle persone.
Non sono di sinistra né di destra. Tantomeno di centro. E con ciò, per nulla disinteressato a cosa mi accade intorno, né indifferente alle differenze. Se fosse una categoria “politica” direi che sono medievale (nel senso metastorico che Florenskij attribuiva a un modo di pensare il mondo contrapposto a quello materialista, astratto, razionalista e frammentario avviato a partire dal Rinascimento). E forse è per questo che oggi fatico a riconoscere le categorie ideologiche nate con la Rivoluzione francese: distante dal mio tempo interiore e dal medioevo a venire.

“La mia casa è piccola, la mia vita è breve, la mia vita è breve, e la mia misura è quella dell’uomo. Senza amarezza e senza ira, ubbidendo semplicemente alle esigenze della vita e della mia responsabilità verso la vita, io volto le spalle alla vita intesa come puro divertimento e vivo come ritengo giusto”. [Pavel A. Florenskij]

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